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Classificazione dei rifiuti con codice a specchio

LA CASSAZIONE RINVIA ALLA CORTE EUROPEA IL PROBLEMA DELLA CARATTERIZZAZIONE

IL NOSTRO CONTRIBUTO

In tema di classificazione dei rifiuti con codici a specchio, in dottrina si sono formati due orientamenti denominati della “certezza” e della  “probabilità”. In una prima fase, la Corte di Cassazione aveva optato per l’orientamento della “certezza”. La discussione che ne è seguita è stata ampia e alla stessa abbiamo partecipato attivamente anche noi attraverso due articoli pubblicati su lexambiente.it, che qui riportiamo assieme all’ordinanza, che sono stati tenuti in considerazione dalla Corte.

La caratterizzazione dei rifiuti con codici a specchio ha da sempre dato origine a disputa sulle modalità operative da adottare.  Per ripercorrere l’origine e i tratti caratteristici di tale disputa, riportiamo quanto esposto nella requisitoria del Sostituto Procuratore Generale nel procedimento concluso con il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia.
“In tema di classificazione dei rifiuti con codice a specchio si fronteggiano, sin da prima delle modifiche normative del 2014/2015, due orientamenti.
Il primo, come osserva in dottrina uno dei suoi sostenitori, ritiene che “ l'individuazione del codice che compete al rifiuto potrà derivare solo dalla conoscenza certa della sua composizione in modo da poter valutare se in esso siano o no presenti sostanze pericolose specifiche o generiche e conseguentemente se esso possieda o meno caratteristiche di pericolo. A tal fine, qualora non sia possibile conoscerne la composizione in base al processo di produzione ed alla scheda del produttore, sarà necessario procedere alla caratterizzazione chimica del rifiuto (che è cosa ben diversa dalla identificazione della composizione merceologica), con la individuazione delle sostanze in esso contenute, per poter verificare così, in concreto, se tra queste vi siano o meno sostanze pericolose. Con il conseguente corollario che un rifiuto potrà essere considerato non pericoloso solo se questa verificazione avrà dato esito negativo ”.
Secondo tale orientamento, l’analisi, per essere effettivamente rappresentativa, non può che essere quantitativamente “esaustiva”, cioè indagare tutte le componenti del rifiuto in modo che, in termini percentuali, la somma algebrica delle porzioni analizzate copra una percentuale che, sommata a quella di concentrazione più bassa prevista per le varie sostanze pericolose, raggiunga nel complesso il 100% della composizione del rifiuto analizzato.
In concreto, in base a tale impostazione, poiché per alcuni parametri la norma fa dipendere la natura pericolosa dalla presenza di sostanza pericolose in concentrazione totale uguale o maggiore allo 0,1 %, l’analisi è esaustiva solo se copra la percentuale residua, cioè il 99,99% del rifiuto analizzato.
Qualora la percentuale indagata sia inferiore, opererebbe la presunzione assoluta di pericolosità del rifiuto.
Tale soluzione viene fatta dipendere dalla diretta applicabilità del principio di precauzione, previsto tra quelli di carattere fondamentali in materia ambientale a livello sia europeo (art. 191, comma 2, TFUE) sia nazionale (art. 3-ter T.U.A.), del quale la stessa legge n. 116/2014 costituirebbe mera esplicazione sotto il profilo operativo.
Secondo un diverso orientamento, " in caso di voci a specchio, per verificare la pericolosità di un rifiuto, non è ovviamente necessario verificare analiticamente la presenza di tutte le migliaia di sostanze pericolose esistenti e determinarne la concentrazione, ma deve essere indagata la presenza delle sostanze che con più elevato livello di probabilità potrebbero essere presenti nel rifiuto e, con riferimento a quelle, verificare il superamento dei limiti di concentrazione, ove previsti ", con la conseguenza che è sufficiente " prendere in considerazione la ricerca di tutte quelle sostanze pericolose considerate ubiquitarie, o, comunque, molto comuni, oltreché di tutte le eventuali sostanze specifiche, pertinenti con il processo di produzione del rifiuto, risultanti a valle dei processi logici di valutazione che il Chimico deve aver potuto/dovuto effettuare”.
A sostegno di tale diverso orientamento, anche prima del Regolamento (UE) n. 1357/2014 e della Decisione 2014/955/UE, si richiamava l’articolo 178 del D.Lgs. n. 152/2006 nella parte in cui stabilisce che “ la gestione dei rifiuti è effettuata secondo criteri di efficacia, efficienza, economicità, trasparenza, fattibilità tecnica ed economica, nonché nel rispetto delle norme vigenti in materia di partecipazione e di accesso alle informazioni ambientali ”; si osservava che, “ poiché la fase di analisi/caratterizzazione/classificazione del rifiuto è propedeutica alla sua successiva gestione, anche tale fase deve essere fattibile sotto il profilo sia tecnico sia economico . La fattibilità tecnica potrà comprendere -ad esempio- la possibilità di effettuare un campionamento rappresentativo e l’esistenza di metodi analitici ufficiali o, in qualche modo, validi, ed il tutto dovrà essere economicamente proporzionato allo scopo, cioè alla gestione del rifiuto; in altri termini non si possono pretendere azioni, comportamenti e misure privi di fattibilità tecnica ed economica ”.
Si aggiungeva, poi, che il principio della economicità della gestione è del resto richiamato in più previsioni della Dir. n. 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa ai rifiuti e precisamente:
dall’articolo 4, comma 2, secondo paragrafo, in tema di gestione dei rifiuti (“conformemente agli articoli 1 e 13, gli Stati membri tengono conto dei principi generali in materia di protezione dell’ambiente di precauzione e sostenibilità, della fattibilità tecnica e praticabilità economica, della protezione delle risorse nonché degli impatti complessivi sociali, economici, sanitari e ambientali”);
dall’articolo 8, comma 3, in tema di responsabilità estesa del produttore (“nell’applicare la responsabilità estesa del produttore, gli Stati membri tengono conto della fattibilità tecnica e della praticabilità economica nonché degli impatti complessivi sociali, sanitari e ambientali, rispettando l’esigenza di assicurare il corretto funzionamento del mercato interno”);
l’articolo 10, comma 2, in tema di recupero (“ove necessario per ottemperare al paragrafo 1 e per facilitare o migliorare il recupero, i rifiuti sono raccolti separatamente, laddove ciò sia realizzabile dal punto di vista tecnico, economico e ambientale, e non sono miscelati con altri rifiuti o altri materiali aventi proprietà diverse”;
dall’articolo 11, comma 2, in tema di riciclaggio di alta qualità (“gli Stati membri adottano misure intese a promuovere il riciclaggio di alta qualità e a tal fine istituiscono la raccolta differenziata dei rifiuti, ove essa sia fattibile sul piano tecnico, ambientale ed economico e al fine di soddisfare i necessari criteri qualitativi per i settori di riciclaggio pertinenti”);
dall’articolo 18, comma 3, in tema di miscelazione dei rifiuti (“fatti salvi i criteri di fattibilità tecnica ed economica, qualora i rifiuti pericolosi siano stati miscelati senza tener conto di quanto previsto dal paragrafo 1, si procede alla separazione, ove possibile e necessario, per ottemperare all’articolo 13”);
dall’articolo 21, in tema di oli usati (“1. Fatti salvi gli obblighi riguardanti la gestione dei rifiuti pericolosi di cui agli articoli 18 e 19, gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che: a) gli oli usati siano raccolti separatamente, laddove ciò sia tecnicamente fattibile; b) gli oli usati siano trattati in conformità degli articoli 4 e 13; c) laddove ciò sia tecnicamente fattibile ed economicamente praticabile, gli oli usati con caratteristiche differenti non siano miscelati e gli oli usati non siano miscelati con altri tipi di rifiuti o di sostanze, se tale miscelazione ne impedisce il trattamento. 2. Ai fini della raccolta separata di oli usati e del loro trattamento adeguato, gli Stati membri possono, conformemente alle loro condizioni nazionali, applicare ulteriori misure quali requisiti tecnici, la responsabilità del produttore, strumenti economici o accordi volontari”).
Tale impostazione avrebbe trovato conferma, secondo tale orientamento, nelle disposizioni che, all'interno del Regolamento (UE) n. 1357/2014 del 18 dicembre 2014 e della Decisione 2014/955/UE, fissano i criteri per la qualifica del rifiuto come pericoloso, prevedono accertamenti sulla effettiva composizione dei rifiuti, usando locuzioni quali “ opportuno e proporzionato”, ovvero “pertinenti”, senza fare riferimento ad alcuna presunzione di pericolosità.
In tale prospettiva, si ritengono superati, stante la prevalenza della fonte eurounitaria, i criteri stringenti e la presunzione assoluta di pericolosità con la legge n. 116/2014, con l'affermazione, quale regola generale sullo svolgimento delle analisi, della ricerca, caso per caso, dell'effettiva natura del rifiuto, mediante l'individuazione dei parametri “opportuni”, “proporzionati” e “pertinenti”, all'esito di un'attività a contenuto valutativo (come si evince dal ricorso ai concetti di opportunità e proporzionalità, da parte delle norme europee), ancorché caratterizzata da discrezionalità tecnica (il concetto di “pertinenza” implica la individuazione di criteri oggettivi, verificabili, coerenti con la natura dei cicli produttivi e tecnicamente attendibili).
La conseguenza è che le analisi rappresentano un elemento essenziale ai fini della corretta qualificazione del rifiuto, ma questa non può ritenersi “ex se” inesatta o falsa per il solo fatto che, in presenza di codici a specchio, non siano state verificate tutte le sostanze pericolose in astratto riscontrabili nel rifiuto, dovendosi piuttosto accertare se, con riferimento alla specifica fattispecie, l'accertamento sia da ritenere comunque attendibile, in quanto rispettoso dei predetti parametri di opportunità, proporzionalità e pertinenza.
Rispetto che – si afferma – è onere del produttore e dell'analista provare, attraverso procedure di campionamento ed analisi trasparenti, congruamente documentate ed adeguatamente motivate che diano conto dei criteri di scelta nella ricerca delle sostanze pericolose in ragione della natura dei cicli di produzione del rifiuto e della provenienza delle sostanze utilizzate.”
A fronte di un’ordinanza del tribunale di Roma (n. 63 del 2/3/2017) che si era espresso per l’orientamento “probabilistico”, nonostante una recente sentenza delle Corte di Cassazione (Sentenza n.46897 del 3/5/2016, Arduini) che aveva al contrario convalidato l’orientamento della “certezza”,, la Corte di Cassazione ha ritenuto di non potersi esprimere ed ha rimesso alla Corte di Giustizia Europea la risoluzione del dilemma.
La scelta è stata accolta favorevolmente dai seguaci dell’orientamento della “certezza” in quanto leggendo l’ultima parte del provvedimento appare evidente che, pur dando conto correttamente di tutte le opinioni, la Suprema Corte non ha dubbi interpretativi.


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